Parlavo a sprazzi tra scomodi silenzi, raccoglievo appunti sull’ineffabile e guardavo le notti da una feritoia del cuore che si apriva su un abisso, così scuro e profondo, che a pensarlo tornano ancora le vertigini. Eppure tu comprendevi i miei silenzi, riuscivi con i tuoi sorrisi smorzati e con i tuoi abbracci mimati a dare forma a quell’indicibile. Camminavi senza peso sui lembi della mia ferita e guardando nell’abisso stringevi la testa con le mani, per scoprire che quelle vertigini erano soltanto i crateri di una Luna, dentro cui morivano gli echi di una poesia che non era più parola ma soltanto voce di un violino.